13ª edizione – Il tema

Skincare

Voglio una pelle splendida

La pelle, il più esteso fra gli organi umani, è il confine fra noi e il mondo. È lo specchio della nostra identità, di desideri e aspirazioni, un veicolo di pregiudizi, lo strumento di possibili trasformazioni. Il tema della 13a edizione del Bridge Film Festival “Skincare. Voglio una pelle splendida” parte da una provocazione: un concetto a prima vista superficiale si trasforma per aprire vasti orizzonti di senso, scavando nelle profondità dell’essere umano.

Il titolo prende spunto da una nota canzone degli Afterhours. La pelle, da un lato, è l’immagine dell’apparenza, dell’esteriorità, dall’altro può nascondere ciò che avviene al suo interno. Ha un ruolo ambivalente, è la superficie di contatto fra noi e il mondo, fra noi e gli altri. È tanto connessione quanto scudo, un luogo dove le trasformazioni, i segni del nostro stare al mondo diventano chiari in un misto tra presenza e fuga, trasparenza e chiusura. È uno spazio che ci permette di scoprire il mondo mentre ci separa dall’altro da noi, quello che i filosofi del Novecento chiamavano “corpo vivo”.

Con la 13a edizione del Bridge Film Festival vorremmo partire da qui: dalla pelle come spunto di riflessione tra biologico, simbolico e sociale, per esplorare attraverso il mezzo cinematografico ciò che sta intorno, oltre e dentro la superficie. La pelle è universale, ci accomuna, eppure ci divide, è sempre diversa, trasporta la nostra individualità. È il primo elemento che condiziona il nostro giudizio sull’altro, perché è il primo che vediamo: talvolta ci racconta chi abbiamo davanti, talvolta può ingannare.

Parlare di pelle, oggi, significa riferirsi a un’idea di estetica e apparenza, ma anche a stigmi culturali e a pregiudizi che persistono, ed esisteranno finché ci limiteremo unicamente alla superficie. Gli stigmi legati all’aspetto, all’età, all’esteriorità, allora non ci parlano solo di estetica.

Il desiderio di rispondere a certi canoni di bellezza, per esempio, coinvolge più o meno tutti, a cominciare dalle giovani generazioni. La visibilità costante nella nostra società comporta l’istinto ad apparire desiderabili: pullulano sui social le versioni più belle di sé, modificate da filtri e da altri strumenti informatici, come se la nostra superficie digitale attirasse più di quella reale. Nell’adolescenza la pelle diventa il primo teatro in cui si manifestano le emozioni, eppure nello stesso tempo si sforza di rispondere a canoni estetici irrealizzabili.

Ancora, si dischiude il tema dell’anzianità, così com’è vissuta all’interno di una società che la nega, alla spasmodica ricerca dell’eterna giovinezza attraverso un uso talvolta estremo della chirurgia estetica. Mentre le rughe si guardano come difetti da correggere, la pelle diventa il campo di sperimentazione di ideali codificati dalle mode. Il cinema contemporaneo con coraggio affronta sempre più spesso la questione: dalla perfezione alla trasformazione fisica, da un’idea di corpo umano visto come una superficie da modellare fino a una critica verso le pressioni sociali che esaltano l’aspetto a scapito dell’autenticità.

E poi la pelle può veicolare la diversità in maniera evidente e con essa anche pesanti pregiudizi. Il razzismo nasce a partire dalla pelle, da un primo incontro in cui ci si ferma ai tratti esteriori per definire un carattere: lungi dall’essere superata, è una questione ancora pulsante nella nostra società a livello locale e globale. Nella cronaca non mancano esempi in cui il colore della pelle o la nazionalità compaiono come informazioni imprescindibili per giudicare una persona.

D’altra parte, le rughe, il colore della pelle e gli altri segni della nostra esteriorità sono anche mezzi attraverso cui ci presentiamo agli altri e ci affacciamo al mondo. In questo senso, la pelle può diventare espressione della nostra storia e della nostra identità. È sempre più attuale la questione delle transizioni di genere, di chi non si sente a proprio agio in un corpo che diventa prigione anziché specchio del sé. La pelle, dunque, diventa lo spazio dove operare trasformazioni, conversioni, prove su chi davvero siamo: la transizione di genere è solo il punto estremo di un naturale sforzo nella ricerca di noi stessi.

Oggi la pelle è diventata iper visibile. È la superficie su cui si gioca una parte cruciale del nostro rapporto con l’immagine, gli altri e il mondo. Ma è anche un territorio dove testiamo il rapporto con noi stessi, in modo più o meno manifesto. Discutere di pelle allora significa aprire un territorio dove si incrociano standard estetici, pressioni sociali, dinamiche culturali e discriminazioni a priori, ma dove si può anche osservare come ci proteggiamo e come ci esponiamo, quanto ci nascondiamo e quanto lasciamo che gli altri ci leggano, quanto su questa superficie decidiamo di scrivere la nostra storia, chi davvero siamo: in poche parole la nostra identità.

Skincare, allora, significa avere cura di questa pelle, sapendo che può mutare, invecchiare, non piacere, e che in fondo può essere un modo per raccontare chi siamo davvero.